Pro e contro

Affidarsi al cloud: ecco perché conviene


Il cloud computing è un servizio per l’accesso ad applicazioni e risorse che consente di ridurre tempi, costi e rischi nell’avviamento di attività e nella loro successiva gestione. Inoltre, permette di spostare investimenti dal capitale (non più necessario per hardware e licenze) all’operatività (se si opera si paga, altrimenti non ci sono spese).

 

78057505Dati, software e servizi sono sempre più spesso collocati su sistemi che non vediamo, ma ai quali abbiamo accesso. E’ la rivoluzione del Byod e del Cloud

Il cloud computing è un nuovo approccio nella fruizione del mondo digitale. Sotto a questo cappello vanno infatti quasi tutte le tecnologie e gli approcci di modernizzazione dell’Ict -pubblica, privata ed individuale- compiuti dal 2000 ad oggi.

L’espressione “cloud computing” in sé è un termine inventato dal marketing per sottolineare il passaggio da dati e servizi monoliticamente disponibili in un numero limitato di posti, anche uno solo, alla strutturazione dinamica tipica del web, nella quale quindi dati e servizi sono sparsi all’interno di un sistema di grandi dimensioni, ma sempre localizzabili e raggiungibili dall’utente.

 

Etimo metereologico

Il termine cloud è mutuato direttamente dalla metereologia, dove la nuvola è un’idrometeora -un qualcosa che ha acqua e sta da solo per aria- costituita da minute particelle d’acqua condensata e/o cristalli di ghiaccio, sospese per galleggiamento nell’atmosfera e solitamente non a contatto con il suolo.

Si parlerà quindi della nuvola, o della cloud (al femminile) per indicare il complesso di dati o servizi, e del cloud computing, o del cloud (al maschile) per indicare l’intero sistema. In lingua italiana non è del tutto corretto che si parli “della” cloud, ma la nostra sintassi accetta l’uso del genere della traduzione italiana in luogo del maschile (neutro, in latino) obbligatorio per un termine straniero.

Come ogni nuova tecnologia o sistema, anche il cloud è stato accolto negativamente. E’ la consueta inerzia dei sistemi umani, che non vogliono modificare il quieto vivere e quindi si oppongono alla modernità. Come ogni innovazione c’è necessità che chi se ne occupa ne conosca gli aspetti tecnici e legali, onde premunirsi dai principali svantaggi.

Gran parte dei servizi d’informazione tecnica e commerciale hanno via via affrontato i vari punti del cloud, ovvero funzionalità, modello economico, sicurezza ed impatto sociale, irridendolo o demolendolo, dando inoltre per scontato che il sistema precedente fosse del tutto sicuro e vantaggiosissimo per qualsiasi attore della catena di produzione e d’uso. Ovviamente così non è, ma come sempre i sistemi precedenti esistono da molto tempo, quindi hanno avuto modo di adattarsi meglio alla realtà, ma anche di generare una tacita assuefazione nella maggior parte degli utenti.

Il classico esempio è nelle carte di credito: sono tutt’altro che sicure e il loro uso improprio genera disastri paragonabili a quelli di un qualsiasi cloud, ma ormai le abbiamo accettate e i loro problemi quasi non fanno più notizia. Poiché siamo nella società dei dati, fa invece molto più notizia un trasferimento improprio di informazioni, oppure la rivelazione di segreti militari o internazionali.

 

Un po’ di storia

Parliamo un po’ dal punto di vista tecnico. La scienza dell’elaborazione dei dati nasce come attività monolitica e completa: tutto ciò di cui si ha bisogno risiede su un unico dispositivo, prima meccanico, poi elettromeccanico, quindi elettronico. I dispositivi iniziali sono pochi ed enormi (mainframe), per poi diventare più piccoli ed aumentare di due ordini di grandezza nel numero (minicomputer). La microelettronica porta allo sviluppo di sistemi da tavolo che all’inizio degli anni ’80 del XX secolo sono pronti alla conquista del mondo: i personal computer. Nel tempo si svilupperanno i computer portatili e i netbook, versioni ridotte e più connesse del dispositivo originale.

Nel frattempo, analogamente ai sistemi radio e telefonici, negli Stati Uniti vengono messi a punto sistemi di comunicazione tra elaboratori, le reti, messe in collegamento tra loro con un sistema detto inter-net. Inizialmente è un sistema esclusivo dei centri di ricerca e militari, quindi impostato su criteri di ridotta dimensione, ma una serie di vicissitudini porta ai primi anni ’90 del XX secolo: questo sistema viene lanciato come nuova infrastruttura planetaria, si sviluppa e diventa la Rete.

Contemporaneamente la telefonia segue lo stesso percorso degli elaboratori, diventando accessibile al singolo e funzionale con lo sviluppo della rete digitale Gsm di seconda generazione. Anche qui siamo all’inizio degli anni ’90 del XX secolo, quando il telefonino o cellulare acquisisce due caratteristiche: diventa tendenzialmente disponibile per tutti e viene strutturato analogamente a un personal computer con Internet. Il telefonino diventa smartphone, poi incrocia la sua strada con quella dei dispositivi da casa: l’incontro avviene nel tablet, che può essere visto sia come un portatile diminuito, sia come uno smartphone aumentato. Siamo alla fine del primo decennio del XXI secolo.

Le due anime dell’individuo e dell’azienda sono presenti, a vario livello, in tutte le fasi tecnologiche. L’era attuale ha portato a una novità: il cloud computing ha forti ricadute sia per le organizzazioni, sia per i singoli. In alcuni casi addirittura c’è stato il ribaltamento completo del punto di vista: oggi le nuove tecnologie vengono vendute prima al grande pubblico che all’azienda, con il risultato che spesso il sistema informativo aziendale deve rincorrere le varie proposte del mercato, nelle sue tantissime forme.

Nel descrivere più compiutamente il cloud computing, un primo punto di vista è quindi quello dell’utente. Può essere il singolo, con usi personali; o l’azienda, che ha necessità diverse.

 

Dal Capex all’Opex

L’Ict tradizionale richiedeva l’acquisizione in casa di un insieme di dispositivi di memorizzazioe ed elaborazione, gestiti da un certo numero di software ciascuno con le sue licenze d’uso, affidati a un personale tecnicamente idoneo. L’attività di una qualsiasi impresa varia a seconda di parecchi parametri (stagionale, periodica) e si spera comunque cresca nel tempo, ma ha sempre una stessa caratteristica: per la maggior parte del tempo richiede una frazione della capacità richiesta nei momenti di picco.

86486259Il paradosso di questo approccio è sostanzialmente che per gestire il picco si deve spendere tipicamente 10 volte quanto necessita in periodi normali. Inizialmente questo era l’unico sistema possibile, ma via via l’Ict è evoluta ed è stato possibile sviluppare un sistema diverso: un grande centro di elaborazione poteva gestire le necessità di più aziende, picchi compresi. Era nato il cloud, che comunemente si attribuisce ad Amazon, il primo proprietario di data center capace di riorganizzarli e di vendere ad altri il frutto della sua riorganizzazione, ovvero la parte di risorse proprie che non sfruttava: siamo nel 2006.

Qualsasi ne sia l’uso, infatti, il cloud consente di accedere a beni (dati) o servizi da qualsiasi dispositivo e con un approccio a consumo. L’analogia classica è con la rete elettrica: chiunque voglia usarla fa un contratto con un fornitore e questi glie ne consente la fruizione come da contratto, con un sistema sostanzialmente basato sul consumo: meno usi, meno paghi. In termini economici questa possibilità è molto ghiotta, e viene definta Capex to Opex, ovvero spostamento della spesa dal capitale (necessario per hardware e licenze) all’operatività (se opero pago, altrimenti non pago). E a seconda di cosa usi hai un diverso modello di servizio.

 

Categorie e modelli d’uso

Dal punto di vista tecnico esistono diverse categorizzazioni del cloud computing. La più classica lo divide in un certo numero di modelli del tipo as-a-service. Le tre voci classiche riguardano il software (SaaS), la piattaforma (PaaS) e l’infrastruttura (Iaas), che sviluppano il modello a consumo sull’uso di software, lo sviluppo di software e l’hardware. Questa terminologia viene ascritta all’Itu, che ha via via formalizzato anche altre categorie, tra le quali recentemente (2012) il Network-as-a-service e il Communication-as-a-service. Intorno al 2010 aveva avuto grande rilevanza il BpaaS, riferito al Business Process, includendo quindi il flusso di un’attività (orizzontale o verticale) tra i servizi erogabili via cloud. Visto il successo di questa terminologia spesso si parla di XaaS, dove la X indica un qualsiasi settore (si legge Everything as a Service).

Per la vendita del software siamo in transizione da un modello di vendita di scatole a uno misto di scatole e servizi. L’azienda e il singolo utente devono poter distinguere le due diverse proposte, o meglio, devono sapere cosa acquistano e con quali modalità nel paniere di software con il quale modellano la propria attività. E’ certo più chiaro sviluppare marketplace come 24 Ore Cloud, dedicati esclusivamente all’acquisizione di servizi: una scelta che non lascia dubbi sulla forma di ciò che si sta acquistando.

Non c’è un solo modello di erogazione del cloud. La prima distinzione è se si condividono risorse con altri o se si usano solo risorse proprie: nel primo caso si parla di cloud pubblico, nel secondo di cloud privato; usarli tutte e due contemporaneamente porta al cloud ibrido. Esistono diversi altri approcci, più o meno tabellati, tra i quali hanno avuto più stampa community cloud (orizzontali) e specialty cloud (verticali).

Sono molti i settori di attività con approccio ibrido: semplicemente non sempre è possibile che tutte le risorse siano disponibili su risorse pubbliche. Il primo esempio che viene in mente riguarda i dati bancari, sui quali spesso si fanno speculazioni informative da evitare. Più semplicemente, qualsiasi azienda dovrebbe avere la posta elettronica nel cloud, ma l’elenco dei propri indirizzi e le regole di accesso in un server o cloud privato. E arriviamo alla nuvola del singolo individuo.

 

Personal cloud

E’ sempre più frequente che ciascuno di noi, abitanti della parte più digitale del mondo, possediamo più dispositivi di accesso a dati o servizi: portatili, smartphone, tablet e console videogiochi accedono a messaggistiche, social network, servizi Tv, posta elettronica, musica, video…

Certamente nel corso della nostra vita useremo decine di questi dispositivi. Ciascuno di questi dispositivi è oggi sostanzialmente un player, un esecutore, di vari tipi di contenuto, spesso con ridottissime capacità di modifica dei contenuti. Sempre più spesso è possibile leggere un libro, ascoltare una canzone, guardare un programma o chattare da uno qualsiasi dei nostri dispositivi. Sempre più spesso acquistando un nuovo dispositivo troviamo immediatamente disponibili le personalizzazioni dei programmi che usiamo, o i dati (lista di canzoni o ebook, agenda, rubrica) senza particolari operazioni. Questo è perché quasi tutti i nostri dati, siano contenuti pieni (canzoni o libri) o configurazioni (social network) non sono bloccati sul dispositivo, ma stanno nella cloud.

Tutti questi dati e servizi fanno parte della nostra nuvola personale, la personal cloud. Chi più spesso usa device ad alta produttività (personal, portatili, ultrabook, Mac) memorizza sul proprio disco solo una piccola parte dei suoi dati, mettendo quelli di uso più quotidiano su uno o più sistemi di cloud storage, un piccolo disco in Rete. In questo modo si possono ritrovare i dati ovunque si sia e con qualsiasi device, non solo con il proprio. Anche in questo caso bisogna fare attenzione a password e backup (anche questi in cloud), a servizi cifrati o con fruizioni particolari, ma il numero di utenti di questo approccio è in continua crescita, e siamo solo all’inizio.

Nello stesso personal cloud si possono scorgere problemi di sicurezza o privacy, termini molto in voga negli ultimi anni. Ancora una volta è un problema di approccio mentale: perdere la carta di credito è molto più rischioso, e come quella anche i nostri device possono essere bloccati da una corretta gestione delle password, ma soprattutto dalle nostre stesse abitudini.

Bisogna poi notare che la quasi totalità delle applicazioni personali sono sistemi misti di storage e content streaming, funzionalità molto utili anche in azienda o per il singolo professionista. Anche in questo settore, quindi, un directory come 24 Ore Cloud è il luogo per eccellenza di promozione ed acquisto.

 

Il Cloud del Byod

83273468I device che usiamo oggi sono congegni fantascientifici e anche più fantastici, visto che la fantascienza non ha mai predetto l’avvento del telefonino. Il loro sviluppo richiede competenze e risorse che possono essere garantite solo se si pensa di venderne milioni di pezzi e ad un pubblico non specifico. Ecco perché gli sviluppi degli ultimi cinque-sei anni sono stati centrati sull’utente finale; ecco perché proposte di elevata qualità ed industrializzazione, rivolte principalmente all’utenza business, hanno segnato il passo.

Oggi quasi qualsiasi attività può essere portata in tasca, se non per la piena operatività almeno per controllo, dispacciamento e programmazione. Questo vale sia per il lato personale, sia per quello lavorativo. Ciascuno di noi ha in tasca o in borsa un dispositivo personale, che spesso è l’unico a nostra disposizione. Alle volte si ha un telefonino aziendale per le comunicazioni vocali con lo staff, in quanto può convenire affrontarne il costo in maniera strutturata, ma ormai anche per questa esigenza i piani tariffari personali rendono piccolo lo svantaggio di pagare in proprio le chiamate di lavoro, avendo in cambio la libertà d’un unico dispositivo tra le mani.

Anche a questa tendenza è stato dato un nome: Byod, Bring Your Own Device (portati il tuo dispositivo). Ovviamente anche per questo approccio, in quanto innovativo, il mercato ha  inizialmente reagito sminuendone i vantaggi e amplificandone i rischi, ma il successo del modello iPhone/iPad ha ridotto di molto la resistenza del sistema.

Il Byod comprende anche la vastissima fascia di giovani professionisti che hanno un potente portatile o MacBook con il quale fanno tutto ovunque si trovino, cercando una connessione wifi gratis o approfittando di quelle di bar, ristoranti e lavanderie, sempre più diffuse anche in Italia. Questi professionisti portano il loro device anche in ufficio, un comportamento che una volta, quando la tecnologia veniva dall’azienda e il controllo era molto più forte, non sarebbe stato ammesso.

Oggi l’azienda deve permettere l’erogazione di servizi e la fruizione di dati da qualsiasi device, contemporaneamente ad altri usi da Facebook a Candy Crash, senza grossi controlli sul device. Dati e servizi, invece, possono essere perfettamente controllati grazie al cloud, che si preoccupa anche di seguire le peripezie di migliaia di diversi modelli, schermi, sistemi eccetera. Che è quanto già veniva fatto per l’utente finale e il suo smartphone o tablet.

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